Apro la finestra giusto per seguire la quarta regola d'oro che ora Topo Gigio professa in tivù per non prendere l'influenza anche se, in pigiama come sono e col gelo che fa, è quasi un miracolo se non la prendo davvero.
Delle piccole foglie gialle turbinano verso l'alto, in un movimento così lento e ordinato da sembrare irreale.
"c'è un temporale in arrivo sulla mia città/ porta novità, porta novità".
Sto seduta sul retro di una macchina che cigola ben oltre un livello rassicurante. E. si è addormentato sulla spalla di M. che cerca di confondere l'odore delle sue intrattenute puzzette con quello della banana che si mangia come cena, strizzata tra noi due. Nonostante tutto, mi ritrovo a ridere. Chi l'avrebbe mai detto. Attraverso il finestrino appannato e pieno di ditate c'è ancora la notte con la sua luna. Nonostante interpretare il ruolo del clown tragico porti via sempre molte energie. Nonostante su questa macchina sia, come previsto, tesa all'inversosimile e agitata da mal di stomaco. Io so ancora ridere.
Porto avanti dei progetti o forse sono loro a portare avanti me. Tanto non mi pare abbia un senso rimanere sospesi, incompleti. Allora avanti, anche se l'idea non era totalmente mia. A malincuore scopro che la piadina numero 7, però, è stata progettata e creata per essere mangiata in due, è quella la porzione perfetta. In solitaria snoia.
Vado al cinema da sola e alla fine usciamo in due. Senza la capacità di dialogo, apparentemente legati a due ceppi linguistici completamente diversi. Eppure mi sento lo specchio di te. Spettinato, arruffato, sporco, perso, incerto, con lo sguardo spento, la voglia di stare solo e camminare verso casa con le mani vuote. Che rimanda i progetti veri perchè forse non sono quelli adatti, perchè forse non c'è abbastanza forza per scoprirlo e adesso è più comodo così, della paura. In cerca di qualche bene superfluo che annacqui ulteriormente quel poco di chiarezza, quel poco di direzione, e rifugiarsi nei pensieri a capire come anche il dolore per qualcuno che manca stia diventando passivo. Come noi.
"qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque piccola felicità riusciate a rubacchiare o raggranellare in questo mondo assurdo, qualunque temporanea elargizione di grazia... basta che funzioni."
Entro nel negozio e (devo dire che quasi me lo aspettavo), la porta fa dlin dlin al mio passaggio. Il classico odore di erboristeria. Non è male. “Avevo un appuntamento, mi scusi, sono un pò in ritardo...”
Con un sorriso di rito, vengo accompagnata nel retro. Tolgo le scarpe e siedo su un lettino. Il signor C. arriva dopo pochi istanti. Si siede all'estremità, mi guarda in faccia per un momento e poi inizia a premere la pianta del mio piede sinistro, poi il destro. Ha una faccia concentrata, ma pacifica.
Come ti chiami?
L.
Bene, L.… (pensa per un attimo) ...ti preoccupi troppo. Per te, molto anche per gli altri, in generale. Hai stomaco e intestino che gridano aiuto. Parte tutto dalla testa, ma tutto va a finire lì e chi ne risente sono il tuo stomaco e l’intestino.
Penso: ha avuto fortuna.
Fai fatica a digerire, ti senti gonfia, hai nausea e sei anche anemica. Anemia da ferro, microcitica, cioè hai i globuli rossi più piccoli del normale.
Penso: ok, si è sbilanciato. C'ha pure azzeccato. In ospedale ci hanno messo due settimane per dirmi la stessa cosa. Ma magari ha sparato nel mucchio...
Questo può portare problemi di circolazione, difficoltà cardiovascolari, non che il tuo cuore abbia niente che non va… ma ogni tanto accelera senza motivo, vero?
Annuisco. Penso: ok, vediamo quanto sai ancora stupirmi.
Può arrivare poco ossigeno al cervello, perciò fai fatica a concentrarti, a studiare. Puoi avere spesso mal di testa, mal di schiena, può calare la vista dell’occhio sinistro...
Penso: ahi ahi, vecchio mio, ti stai allontanando... ci vedo bene come un falchetto...
...perché la sinistra è la tua parte in difficoltà. Direi anche in modo piuttosto evidente nel ginocchio sinistro, che ti cede spesso e volentieri, non è così?
Sul ginocchio mi ha conquistata. Si… - confermo - mi si è storto 3 volte…
Comunque sei una bravissima ragazza. Il tuo punto di forza sta nella relazione con gli altri. Sei una garanzia! Io ti consiglierei di lavorare nel sociale, sei portata. Sei ultra sensibile, quasi una carta velina, perciò devi stare un po’ attenta... attenta ai pensieri, come dicevo, per non pesare troppo su stomaco e intestino. Hai un gran senso morale, i miei complimenti. E sei messa bene anche sul piano religioso, direi. Insomma, ti dobbiamo tirare su, ragazza, perchè tu torni a splendere come sai fare! Ti mancano un bel po’ di sali minerali, ti senti stanca e hai tutte le ragioni del mondo per sentirti tale. Te la porti dietro da un po’, questa stanchezza... Quanti anni hai?
23.
23... (sospira) Bene, abbiamo finito. Grazie per la fiducia!
Grazie a lei…
A “te”!
Grazie a te, allora. Sorrido.
Figurati, quando si ha un dono bisogna sfruttarlo, no? Ah, un’ultima cosa…
Si?
C’è una tensione particolare qui… è un ometto da perdonare. Ma è un pò complicato. Devi ascoltare te, il centro non è lui. Vedi se puoi fare qualcosa.
Percorro in fretta il prato, tra le sedie, saluto il tecnico e mi infilo su per le scalette dietro il palco. Nessuno mi ferma, nessuno mi dice niente... che bello, "potere". Mi avvicino piano all'unica stanzetta illuminata, sento le loro voci, due risate nervose, degli strani suoni per scaldare la voce. Appena entro: applauso. Tanti sorrisi, li abbraccio uno per uno. Non me li immaginavo così belli, ognuno nel suo colore.
"Ti prego... mi aiuti? Ho fatto un disastro col trucco!"
Arrossisco guance, inrossetto labbra, lucidalabbro zigomi.
"E me?!? Chi trucca me? Scusa cara, per favore pensaci tu, che se no qua..."
Inlacco capelli, inbianco facce, spennello nasi.
"Io? Ma vado bene così? Con le orecchie fuori?"
Contorno occhi di nero, smatito rughe, sfumo via gli eccessi.
"Le trecce! Hai infilato le trecce?"
"Angela, si va in scena! Sei prontaaa??"
Ripiego e infilo fazzoletti nel taschino.
"Oddio, già mi scappa..."
"Fiagroplast...fiagroplast..."
"Va bene così, Angela, sei perfetta. Dai, ora andiamo!!"
Merda, merda merda! Quattro pacche sui culi e volo via, torno in platea. Stasera il mio posto è questo.
Sono bravi. Senti come ridono.
A volte mi sembra di averne ancora l’odore nel naso, anche se ormai è già qualche giorno che sono a casa. Mi sembra strano non essere svegliata di soprassalto alle 6 di mattina dall’accecante luce del neon e dal Bip sonoro dentro all’orecchio che rileva la mia temperatura corporea. Nel buio, non sento sferragliare lungo il corridoio il trono-bilancia, nessuno salutare, nessuno andar via. Con gli occhi ancora chiusi, non provo più ad indovinare quale parte verrà punta oggi, quando si aprirà la porta e toccherà a me.
11.06.2009
Alle 6.10 suona la sveglia. Sono agitata e preoccupata. Il borsone è pronto, bisogna andare. I litri di lassativo bevuti a forza lasciano un altro strascico di effetto. Il primo prelievo mi fa quasi svenire. Prima della risonanza, un altro litro di beverone in 20 minuti. Lo reggo. Nel tubo di plastica bianca la mia claustrofobia si fa appena sentire, ma chiudo gli occhi e conto i respiri. Rimango con papà e Ricky nello stanzino delle medicazioni. Forse dormirò in corridoio, chissà. Conosco la giovane dott.ssa C., che mi preme la pancia assieme ad altre 3 studentesse. Nel tardo pomeriggio, invece, il letto appare. Dopo un velocissimo elettrocardiogramma, inizio con la mia prima flebo di ferro: dura 2 ore e mezza, ma è troppo veloce e brucia come fuoco. Comincio a tremare di freddo, non riesco a controllare le gambe. La notte ho 38.5 di febbre e 3 nuovi buchi di tentativi più o meno riusciti.
12.06.2009
4 lasagne viola sul braccio: il ferro è andato fuori vena ed ecco la mia prima flebite. Durerà una settimana e scoprirò presto che avere un solo braccio disponibile in ospedale non è un vantaggio. In endoscopia digestiva, sulla mia sedia a rotelle e dopo aver letto la scheda, tremo per il freddo e le mezz’ore passano nell’ansia. Scherzo col dottore a cui ho chiesto il sedativo, poi stringo i denti attorno alla plastica, seguo i consigli di Brikena, un paio di sforzi di vomito, rutti e saliva e, per fortuna, tutto finito. Luca mi porta un libro di viaggi che purtroppo non riuscirò a tenere in mano. Finalmente mangio. Anzi, inizio la mia dieta senza scorie composta, da qui in avanti, da pastina in brodo (vegetale o di carne) con un pezzetto di carne asciutta e insipida. Comincio la conoscenza di Brikena A., la prima compagna di stanza e, a parte per la tv sempre accesa, la migliore.
13/14.06.2009
Sabato e domenica. E sabato e domenica vuol dire niente esami. Speravo di ottenere un permesso, invece devo restare. Qualche prelievo del sangue non manca e il ferro duole, ma (sempre dopo svariati tentativi) da immobile e con un ago minuscolo, va per la sua strada. Qualcuno viene sempre a farmi visita: mamma, papà, Ricky con Isa, zia Mary. Domenica pomeriggio perfino Francesca e Annalisa, peccato che le debba scaricare alla mamma, perché io sono di nuovo sotto beveroni e ogni 5 minuti visito il bagno. La sera, io e Brikena ci rendiamo conto che il Cristianesimo e l’Islam in realtà sono molto più simili di quanto ci facciano credere.
15.06.2009
Saluto Brikena, che può tornare dai suoi bambini a Bolzano e scendo di nuovo in endoscopia. Le cose si ripetono identiche: il freddo, l’attesa, la scheda da leggere, le battute col medico che, stavolta, mi seda senza chiedere. Mi accorgo che ha fatto effetto quando sento qualcuno gridare “ahia! Ahia!” e mi rendo conto che la voce è la mia. 20 minuti dopo sento il metallo freddo della sedia sotto le cosce. Un dottore dalla voce tranquilla mi sta infilando slip e pantaloni. Rimango immobile su una strana sdraio finché ricomincio a vederci normale. La pancia duole. Vengo lasciata in pace, a parte il ferro, che miracolosamente funziona, grazie alla mano dell’infermiere Luca dell’85 e al “fattore C-U-L”. La nuova compagna di stanza si chiama Emma V.ato – guai a sbagliarsi con V.ola – che si sveste e riveste ogni volta che deve uscire dalla camera, perché lei, in pigiama, proprio no.
16.06.2009
All’alba Emma è già uscita in terrazzo, vedo i suoi piedi sventolare in aria per un’oretta buona di ginnastica fai-da-te. Tutta la sua sana energia durerà molto poco. In compenso, mi fa portare dal figlio delle buonissime ciliegie biologiche. Io vengo chiamata per un’ecografia, eseguita da un Marco C. formato adulto. Tornata in stanza, prima ricevo la visita di Marco -appunto-, reduce da un esame qualche stanza più in là, e poi della dottoressa, che mi avvisa dell’imminente e famigerato Clisma del Tenue. “Così poi potrai andare a casa”- dice. E invece. Fuori orario, 2 ore di tortura. Senza sedazione, un tubicino viene spinto a forza nel mio naso, giù per la gola, nello stomaco e poi nell’intestino. Vengo fatta voltare sui fianchi e poi di pancia, vorrei tenere gli occhi chiusi, ma mi chiedono di aprirli e lacrimo. Vorrei limitarmi a respirare e inghiottire, invece mi fanno parlare di cose stupide e sbavare. Mi sento un cane in gabbia: tento di fare tutto quello che mi chiedono e soprattutto cerco di far loro pena, affinché mi liberino più in fretta possibile. Aprono il rubinetto del bario. Tra gli sforzi di vomito mi rimbombano in testa le frasi del medico: “di cosa ti puoi lamentare, non sono abbastanza gentile?”, “devi fare la brava bambina, perché io sono stato gentile”. Il tempo non passa, sto male e prego. Quando, verso la fine, un braccio metallico mi schiaccia la pancia troppo violentemente, non mi trattengo più e con sollievo vomito gesso. A più riprese, mi vomito addosso, sul lettino e per terra. Una frustata mi libera dal tubo e mi viene chiesto di pulire. Pur di uscire dalla stanza, mi piego sulle ginocchia e strofino per terra. Finalmente fuori, una signora ha pietà di me e mi aiuta a pulirmi con un fazzoletto. Nel corridoio, proprio in quel momento, sfila Emma, nella sua candida vestaglia di seta bianca, sui suoi tacchi, ben pettinata e truccata. Attende con me i risultati. In quelle condizioni, formiamo un bel duo.
17.06.2009
Emma viene prelevata per il suo esame, sarà obbligata immobile a letto fino a sera e, nonostante il suo scandalo, dovrà arrendersi ai volgari bisogni fisiologici umani e a fare pipì nella padella. Pranzo inaspettatamente in compagnia di una vecchia conoscenza, il sig. P. Matteo, piuttosto cambiato nell’involucro, ma sempre la stessa simpatica canaglia. Ritorno al mio ferro, che di nuovo non riesce e la mamma, un po’ perché non ha mangiato, un po’ impressionata dal mio stato, quasi sviene. Sono io che le dico di alzare le gambe e che in borsa ho caramelle di zucchero. In 5 ore scendono meno di 50 cl. Tra le lacrime, chiedo di toglierlo. Per fortuna la dottora di guardia è clemente e scavalca le infermiere restie.
18.06.2009
Sebbene ancora lontana da essa… la pace.
Emma viene intanto sostituita dalla signora Dina M., un’amabile vecchietta di 78 anni che parla spesso dei suoi 8 nipotini e mangia di nascosto le caramelle, nonostante il suo diabete.
19.06.2009
A metà mattina il corteo dei medici a seguito del primario capita in camera mia (ovviamente proprio quando sono in bagno). Un uomo bassetto, pelato, con occhiali spessi e una pancia importante, con la voce più calma del mondo mi riferisce: “signorina, deve portare pazienza: brancoliamo nel buio”. Viene inoltre deciso che, in mancanza di vene superficiali abbastanza resistenti, si prenderà una vena più profonda con l’inserimento di un ago cannula. Riesco a contrattare la centrale sul collo per una periferica sul braccio e scendo in rianimazione con tutto il letto, scortata da due studenti infermieri che ogni ostacolo lo centrano in pieno. Almeno sorrido. La ragazza che mi foracchia è gentile e, strano ma vero, non è di fretta. Ha la mano più leggera di tutta gastroenterologia. Purtroppo cade nella trappola della mia vena-specchietto e sceglie la mano. Poche ore più tardi sarà il male più acuto: di nuovo forti picchi di dolore in un bruciore costante. Davvero preoccupati sono papà e Ricky, il quale passa oltre 5 ore ad accarezzarmi i capelli per cercare di farmi stare calma e sopportare. Rimarrà fino a tardi, quando l’incubo sarà finalmente finito e non riuscirò a prendere sonno.
20/21.06.2009
Grazie alle insistenze di casa R.-S. riusciamo ad ottenere un permesso per il weekend. Anzi, due separati, poiché devo comunque tornare a dormire in ospedale o altrimenti il mio letto potrebbe essere rubato e cadere nelle grinfie del pronto soccorso. Il solo uscire per strada e sentire odori diversi mi fa girare la testa. A casa è tutta un’altra musica. Dormo molto, finalmente rilassata, anche se immobile, perché la cannula sulla mano sinistra e la flebite attorno al gomito destro non mi danno tregua. E’ tutto come un lunghissimo esercizio di tai-chi. Lento, attento e misurato. Vengo imboccata, vestita e lavata. E anche visitata: da Gian e Irene, che mi tirano un po’ su il morale la domenica pomeriggio.
22.06.2009
Siamo tutti d’accordo: stop al ferro in (e fuori) vena. Facciamo fronte comune e la dottoressa sembra capire. Già nel pomeriggio comincerò a bere la mia sbobbetta nera. Fa elevatamente schifo, ma in confronto a 5 e più ore di dolore si trasforma nel più gustoso dei cocktail. Mando giù sollevata. Altre 10 fialette di prezioso liquido rubino mi vengono risucchiate dal braccio. Dina alla settima nasconde la faccia sotto le lenzuola. Vengo anche liberata dalla fastidiosa cannula e la mano può cominciare a guarire. Altro giro, altro cambio! Stavolta la nuova compagna di stanza sarà anche l’ultima e menomale, perché la signora Liliana M. è una vera e propria arpia, con tanto di una santa di badante dominicana al seguito. Alla sera (e doveva essere per forza l’ultima) mi fermo in corridoio a parlare con altri sventurati. Scopriamo che c’è un’alta percentuale di annate ’85, siamo in tre. Io, ovvero l’Ancora Non Sanno, la ragazza Morbo di Crohn e Il Ragazzo Che Dorme In Corridoio. Andiamo avanti a parlare per un bel po’, forse perché mal comune mezzo gaudio o perché chi non prova su di sé le stesse cose non può capire fino in fondo. Le infermiere ci fanno spostare un corridoio più in là, non accenniamo a smettere.
23.06.2009
Raggiante come il sole, alle 7 ho già finito di fare i bagagli, sono già vestita e pronta. Ricevo la mia letterina di dimissioni e alle 9.30 arrivano i salvatori a portarmi via. Qualcuno dice “vieni a trovarmi”, ma al sono pensiero mi si stringe la gola. “Resisti”, rispondo col pensiero mentre sorrido. Un paio di strette di mano e poi… Sono libera! Almeno fino ai prossimi risultati.
Amarti m'affatica
mi svuota dentro
Qualcosa che assomiglia
a ridere nel pianto
Amarti m'affatica
mi da' malinconia
Che vuoi farci è la vita
E' la vita, la mia
Amami ancora fallo dolcemente
Un anno un mese un'ora
perdutamente
Amarti mi consola
le notti bianche
Qualcosa che riempie
vecchie storie fumanti
Amarti mi consola
mi da' allegria
Che vuoi farci è la vita
E' la vita, la mia
Amami ancora fallo dolcemente
Solo per un'ora
perdutamente
[Gianna Nannini]
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Sveglia da meno di mezzo minuto, cerco di camminare in direzione dritta verso la luce, senza andare a sbattere contro la porta già mezza aperta. Un forte odore di caffè mi fa girare la testa per un attimo. Forte e amaro. Sa di aeroporto. E' il caffè delle partenze.
Intravedo movimenti rapidi e concitati, eppure attutiti perchè saremo anche un pò agitati, ma siamo pur sempre persone rispettose che vivono in un condominio. Eh.
Infilo una maglia morbida e comoda e scendiamo in strada. E' una notte tiepida; piove leggero.
Guido e a malapena mi accorgo che sto canticchiando alcune strofe di qualche canzone stranamente italiana che non vuole uscirmi di mente.
I semafori gialli lampeggiano, in giro non c'è nessuno. Penso "così dovrebbe essere sempre".
Due saluti e un Stammi Bene che stavolta sembra davvero preoccupato. Uno sguardo veloce alle luci gialle di un posto conosciuto che non dorme quasi mai, freccia e partita com'ero arrivata.
Guido docilmente lungo strade deserte, rapita dalla magia di quel particolare momento, senza più nemmeno il rumore del tergicristallo, ora che è stato sostituito. E poi non piove neanche più.
Non ho ancora voglia di rientrare, cerco un paio di scuse: della benzina a buon prezzo, del pane caldo se avesse appena aperto un forno...
Dal terrazzo si sente che l'alba non tarderà ad arrivare. Dietro le finestre, immagino decine di corpi caldi e immobili nelle posizioni più improbabili, tra cuscini e coperte profumate. Se fossi un fumatore, sarebbe il momento perfetto per concerdermi al mio vizio.
Pian piano, nella mia lotta coi pensieri, vengo vinta e ritorno immobile anch'io, mentre una luce sempre più chiara comincia a filtrare dalle pesanti tapparelle.
Pare, incerto, che finalmente sia iniziata la transizione ad un clima più vivibile per questa mia costituzione rettilea. Transizione con tutto ciò che ne consegue: piccoli brufoletti verdi simili a minirughe raggrinzite nascono dal mio alberello di avocado, la gatta semina sul terrazzo vomiti di pelo ormai superfluo, il volante per la prima volta scotta dietro il parabrezza lasciato al sole e uno almeno in famiglia comincia a starnutire vagando per casa con la mano sul naso in cerca dei fazzoletti Tempo. Sono i segni, ci siamo.
"Fare le pulizie di primavera" è ormai quasi un detto popolare, ma per me che non le faccio da anni rappresentano un'assoluta novità, o almeno una sorprendente riscoperta di antiche tradizioni.
Quando dico "da anni", intendo davvero molti anni, almeno per angoli più reconditi e bui del mio spazio quadrato.
E' stato così che, sotto molti strati, ho perfino trovato una collezione di Barbie.
Non oso dire che sia la mia collezione di Barbie, perchè fino al momento della scoperta, ricordo di essere stata sempre piuttosto indifferente a queste marionette rigide. Vestirle era alquanto irritante, poichè le mise erano, si, sempre alla moda ma anche sempre molto poco scorrevoli e si impigliavano in ogni dito di mano e in ogni ciuffo di chioma platinata. Nessuna collaborazione al gioco. Sempre in piedi perchè le ginocchia non sono piegabili (e con questo si sono sempre perse l'invito ai miei prelibati pic-nic coi peluches) e sempre con quel meraviglioso sorriso estasiato stampato sulla faccia, anche quando il momento era assolutamente drammatico o, solamente, era ora di dormire. Cercare di prendere sonno con una bambola del genere che ti fissa con occhi sbarrati dall'alto del comodino non è la cosa più facile del mondo, a quell'età.
L'unica che ho comprato io, proprio io, coi miei soldi e di mia spontanea volontà è stata la Barbie Basic. Basic nel senso che gli unici accessori erano mutande e canottiera. E accontentarsi.
L'altra che ricordavo era La Mora. Dei bellissimi capelli castani lisci, lunghi fino a metà coscia con un ciuffo frisè. Very 80's. Me la ricordavo vestita in un modo e nello stesso identico modo l'ho ritrovata. Penso di non averla mai toccata (a parte i capelli). Era solo bella.
Il tesoretto, però, conteneva altri interessanti esemplari, quasi tutti ereditati da cugine troppo cresciute.
A parte un altro paio, modello standard Occhioni Cerulei in versioni casual o chic, ecco a voi Barbie Capelli Rosa.
Si aprono i cancelli all'internazionalità con Barbie Siberia - capello corvino, occhio ammandorlato e tenuta eschimese - e Barbie Irish, completa di capelli color anna dai capelli rossi e munita di lentiggini. Ma la vera rivoluzione è lei: pelle scura (pur mantenendo l'azzurro occhio) e articolazioni snodabili. Beh, forse quest'ultima non era proprio della famiglia Barbie doc, forse una lontana cugina... come di sicuro La Tarocca che, invece di Barbie, si chiama Webby. Rimangono da citare L'Unta (unta l'ho conosciuta e unta è ancora) e Barbie Santa Lucia con corona di candeline sulla testa, una versione directly from Sweden.
Per l'ultimo brivido appaiono, infine, il modello Tira la Treccia, il quale prevedeva lo sfogo di poter mimare uno scalpo coi capelli di qualcuno, tanto bastava un pulsantino dietro la schiena per far rientrare la chioma semi-scorticata di nuovo dentro il cranio e - rullo di tamburi - Barbie Incinta, con tanto di pancia apribile (il verso corretto indicato da una cortese freccetta) e neonato estraibile, per altro, già preposizionato a testa in giù per non dover incorrere in un antiestetico cesareo. La chicca? Tirando delicatamente una levetta posizionata sul posteriore (eh, si...) si possono perfino udire i primi vagiti del poppante.
Quando tutto diventa improvvisamente frenetico, complicato, irrisolvibile e angosciante, in una parola insensato, spengo tutto, anche i led del mio corpo, che dicono che così si risparmia energia.
A letto prima di prendere sonno, sull'autobus, in mezzo alla ressa nei negozi e per strada, davanti alla tv anonima, zitta zitta prendo il volo.
Torno nel campo di uno sconosciuto amico, un terreno che immaginariamente mi è stato affidato, dove il silenzio è vasto.
Mi vedo uscire dalla grigia porta di legno indossando dei morbidi stivali, un pò sporchi di fango, una salopette verde e un cappello di paglia. Possiedo una mucca. Una mucca marrone, lucida al sole. E io e la mia mucca marrone con un nome importante ce ne andiamo in giro per il nostro campo con passo tranquillo, io raccolgo le more per la crostata e lei trotterella in giro contenta. E quando siamo stanche di camminare o raccogliere more ci fermiamo e ci sdraiamo nell'erba e respiriamo a fondo e a lungo il profumo degli eucalipti, guardando il cielo azzurro e le nuvole correre e qualche uccello colorato ogni tanto passare, godendo del calore sulla faccia e sulle braccia nude. E me ne sto lì serena, perchè tanto lo so che quando è ora di tornare la mia mucca tenta sempre di brucarmi un orecchio. Così, assieme, ci rincamminiamo, in tempo per sistemare sul retro la vecchia compare per la notte e godere dalla veranda di un tramonto rosa e viola nel breve vento della sera, stringendo tra le dita una tazza tiepida mentre in cucina borbotta la pentola.
Questa è la mia vacanza personale - durata di 5 minuti scarsi - in cui mai arrivo e mai vado via. Al massimo mi assento un momento, come quando dormo fino a tardi nella stanza di legno al piano di sopra, ma so che la mia mucca farà buona guardia e terrà fresco e verde il mio prato fin quando non torno.
passato per la mente di: Lizzies alle ore 00:48 | Permalink | commenti
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Sotto un cielo cupo, disseminato di nuvole, sul far della notte, ma senza ancora alcuna stella, sta su di un'altura il cavaliere ad osservare il campo.
Una spaventosa quiete pesa sull'erba come una nebbia bassa. Senza vento. La piana aspetta.
E mentre lo sguardo, girando quasi cerchio, fissa nella mente ogni avvallamento, ogni macchia di terra, ogni possibile via di fuga, e la mente ripete, meccanica, ogni fase del combattimento, ogni norma a cui si dovrà attenere per non cadere nel disonore e ogni movenza per, tuttavia, aggirare tali norme e raggiungere il suo scopo, scende nella gola un respiro gelido della sera.
Spinge più giù sul collo l'elmo e il suo cimiero, abbassa la celata, stringe le grosse dita metalliche attorno all'elsa e mulina feroci fendenti all'aria, roteando la spada e la guarnacca color pervinca.
Via via che il fiato si fa più corto, il cavaliere s'arresta un momento a sentire le membra vibrare. Un'ingannevole elettricità scorrere per tutto il corpo, ma se sia quella che lo farà restare in piedi, mentre il nemico cade o quella che metterà mano alle redini per girare il cavallo e correre via, per adesso non gli è dato di sapere.
relazioni con il capo (salvate quest'uomo da se stesso)
Devi fare dalla A alla Zeta. Ok. A... B... C... D... E... F... G... H... I... L... M... N... O... P... Q... R... S... T... U... V... Z.
No, no dev'essere meglio. Va bene, allora: A - B - C - D - E - F...
No, no, più in fretta! A/B/C/D...
NOO-OO!! Dev'essere di più, molto DI PIU'! E in meno tempo, molto MENO tempo! ... ... A. Z.
Ottimo! Bene così!
(2 minuti dopo)
Hey ma si può sapere cosa ti è saltato in mente?!? SALTARE TUTTE LE ALTRE LETTERE??? Rifai. E stavolta dall'Alfa all'Omega. In cirillico. ... .... .